L’insostenibile pesantezza del consumo di suolo

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Dopo due convegni dedicati ai temi dell’inquinamento atmosferico e sullo stato delle acque del Lario (non catastrofico, ma decisamente non ottimale) , il circolo Legambiente Angelo Vassallo di Como ha voluto portare all’attenzione collettiva la questione del consumo di suolo, un aspetto non altrettanto noto e regolamentato dell’intervento umano sul paesaggio, ma proprio per questo da non sottovalutare nel suo impatto su ambiente e società. Tale incontro, intitolato L’insostenibile pesantezza del consumo di suolo, si è tenuto la sera di venerdì 9 novembre al salone Cna di Como. Introdotto e concluso dagli interventi di Chiara Bedetti e Andrea Rinaldo, rispettivamente presidente e vicepresidente del circolo, e moderato da Francesco Angelini de La Provincia, il convegno ha visto come relatori e relatrice (in ordine di intervento) Stefano Salata (Politecnico di Torino, Distretto del dipartimento interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio), Marco Butti (assessore all’Urbanistica del Comune di Como), Chiara Braga, deputata Pd, già presidente della commissione Ambiente della Camera, Lorenzo Spallino, (avvocato, esperto di Diritto Urbanistico) e Damiano Di Simine, responsabile scientifico Legambiente Regione Lombardia. Assente il relatore annunciato Gianfredo Mazzotta, (Ordine degli Architetti di Como, delegato alla Commissione Urbanistica). Hanno inoltre aderito all’incontro Libera Como, Iubilantes, La città possibile, Wwf e Fiab.

Il dibattito ha assunto un carattere generale piuttosto tecnico, più concentrato sulla regolamentazione politico-giuridica del consumo di suolo che non sulle concrete conseguenze dello stesso sull’ambiente e sulla comunità. Comunque, Salata chiarisce che, quando  interessato dall’intervento umano, il suolo si rinnova assai più lentamente rispetto ad aria e acqua, specie quando è occorsa la cementificazione. In Lombardia, regione in assoluto più cementificata d’Italia, gli ultimi dieci anni sono stati segnati da una correlazione controintuitiva tra la contrazione della produttività industriale in seguito alla crisi e l’ aumento dei terreni edificati di tre punti percentuali dal 2008 (dal 13 al 18 per cento).  In tutto il paese, il processo ha registrato un rallentamento, ma non si è ancora arrestato: come riportava Ansa lo scorso 17 luglio, nel 2017 sono andati persi 52 chilometri quadrati, e  – testualmente – ogni due ore viene costruita un’intera piazza Navona, ogni secondo vengono coperti con cemento o asfalto 2 metri quadrati di territorio. Attualmente  – riferisce Di Simine – la superficie di suolo cementificato in Italia coincide all’incirca con quella dell’Abruzzo, e negli ultimi trent’anni sono andati persi 5 milioni di ettari di terreno coltivabile (attualmente a circa 12 milioni, area insufficiente a soddisfare il fabbisogno agricolo nazionale). Urge allora pianificare interventi mirati e arginare il più possibile l’avanzamento del degrado, superando il mero impatto visivo per affrontare il problema in modo più approfondito e attento alle sue varie manifestazioni (erosione, inquinamento, desalinizzazione).

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Viviamo in una delle aree più costruite e densamente popolate del paese e del continente, che mostra di per sé il più alto tasso mondiale di sfruttamento umano del suolo in rapporto alla superficie, come conferma la European Environmental Agency. Comunque, chiosa Salata, il modello abitativo italiano è di carattere meno concentrativo rispetto a quello di altri paesi europei: nelle città e nei loro immediati dintorni (il caso comasco lo conferma visibilmente) sono ancora presenti vaste aree naturali che svolgono importanti servizi ecosistemici alla comunità, e che devono per questo essere tutelati. Lo stato attuale dell’edificazione del suolo italiano è puntualmente monitorato dall’Ispra, mentre c’è meno chiarezza riguardo al consumo potenziale per gli anni a venire; inoltre, in Italia si registra un deficit di suoli fertili rispetto al fabbisogno agricolo.

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Prendendo atto della impossibilità di arrestare del tutto le costruzioni e gli interventi sul territorio, l’obiettivo è quello di azzerarne o comunque minimizzarne il degrado nei prossimi decenni, compensando dove possibile il consumo di suolo. Questo obiettivo non può non chiamare in causa la politica, sottolinea Angelini, invitando soprattutto Butti, Braga e Spallino a esprimersi a riguardo. L’amministrazione di centrosinistra guidata da Mario Lucini si è mostrata volenterosa in tal senso, rompendo la continuità con i predecessori e registrando alla fine del mandato (giugno 2017) un consumo di suolo praticamente nullo, con il fortunato recupero di alcune aree dismesse come l’ex Trevitex a Camerlata, accompagnato dal potenziamento della mobilità dolce in città (comprensivo di un servizio di bike sharing). Como è attualmente l’unico capoluogo lombardo con un Pgt privo di zone libere edificabili: ora, con il centrodestra nuovamente alla guida della città, non c’è l’intenzione di imprimere un’inversione di tendenza rispetto al consumo cittadino di suolo, assicura Butti, che riconosce lo stato ancora molto critico di alcuni quartieri di periferia ma non si sbilancia a fare dichiarazioni di intenti, invitando a rivedere le criticità progettuali ancora irrisolte (citando l’area ex Lechler di Ponte Chiasso, la Ticosa e i quartieri di Garzola e Cardina) e lamentando una certa diffusa “tifoseria politica” , controproducente in merito a consumo di suolo, opere pubbliche, edilizia.

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A livello nazionale, Braga riferisce che il disegno di legge sul consumo di suolo non si è ancora compiuto per via delle resistenze incontrate al Senato dopo una prima approvazione alla Camera: la deputata Pd fa riferimento alla resistenza opposta sia da parte della Lega, sia da parte del M5s, allora in minoranza, la prima per il presunto impatto negativo sul mercato del lavoro edile, il secondo lamentando che la legge così concepita costituisse “un regalo agli speculatori” (un altro impasse politico è citato da Spallino a livello regionale). «Interessi opposti rendono difficile pervenire a una legge pure necessaria e urgente su questo tema – ammette Braga – , intanto, però, la condotta delle amministrazioni non deve approfittarsi del vuoto normativo per fare i propri interessi».

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Al tempo stesso, proprio per evitare divergenze, ambiguità e abusi, la legiferazione deve procedere tempestivamente, e superando eventuali discordanze tra i rappresentanti degli ambiti interessati. Se in Italia una legge sul consumo di suolo non ha ancora visto la luce – ricorda Di Simine – anche a livello europeo non è stata posta sufficiente enfasi sulla questione, così ogni paese continua a determinare da sé i propri parametri e le proprie politiche, con il rischio di allontanarsi dall’azzeramento netto del consumo di suolo entro il 2050, già disposto a livello comunitario.

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Insomma: pur rappresentando una questione stringente, l’arresto del consumo di suolo – inteso in senso lato, come limite all’edificazione e alla contaminazione e come compensazione delle modifiche operate – sembra non voler essere inteso come priorità, o addirittura viene ancora considerato come un fastidioso impiccio. Prosegue così la corsa alla cementificazione scriteriata, arbitraria e non sempre regolare, spesso antiestetica e pericolosa per la sicurezza. Sbloccare il processo normativo che regolamenti il consumo di suolo significa riconoscere quest’ultimo come bene pubblico, a prescindere da chi esercita il controllo su una data area; e significa anche riconoscerne la scarsità e la specificità, senza contare la correlazione tra il consumo di suolo – risorsa, si diceva, lentissima a rinnovarsi –  e altre anomalie ambientali e climatiche del nostro tempo. La tragedia del ponte Morandi a Genova lo scorso agosto ha aperto una volta di più la questione dell’abusivismo, delle opere civili realizzate in economia e monitorate sommariamente, dei condoni accordati in modo pretestuoso; peraltro, il degrado del suolo è tutt’altro che un’esclusiva italiana, e interessa altri e altrettanto importanti ambiti rispetto all’urbanistica e alle infrastrutture. Certo un’amministrazione verticistica costruita nel tempo e nello spazio non è il modello ottimale per una governance del territorio lungimirante e attenta al bene pubblico, mentre anche le forze di maggioranza sembrano aver abbassato i toni sulla questione del consumo del suolo rispetto alle dichiarazioni che hanno preceduto l’elezione di questo governo, commentano Braga e Spallino. Sussistono, e vero, le buone pratiche degli enti virtuosi e modelli di gestione “orizzontali”, che interessano la cittadinanza accanto alle istituzioni e intervengono sui piani attuativi locali, ma non bastano a riequilibrare una situazione accidentata senza interventi normativi ed economici mirati ed estesi. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Consulta e scarica il rapporto Ispra 2018 sul consumo di suolo in Italia

Consulta i dati sul consumo di suolo nell’Unione europea, raccolti dalla European Environmental Agency

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