Gli avellinesi ricorderanno ciò che è stato?

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In questa fase istruttoria del processo ACS, quello che salta agli occhi, insieme all’ovvio dato di cronaca in senso stretto, è il contesto di relazioni politiche attraverso cui quella vicenda si è dipanata in un arco di tempo, per altro, relativamente lungo.

E quel dato politico resta, così come nulla cancella tutto quanto alcune delle più recenti inchieste della Procura della Repubblica stanno provando a portare alla luce in merito al sistema di gestione politico-amministrativa radicato a queste latitudini, scuotendo la calma apparente di un territorio che – come l’intero Paese – soffre di forti amnesie collettive.

Che del processo ACS non si parli più al di fuori delle Aule del Tribunale di Avellino o che la bolla mediatica intorno al caso AIAS-Noi con Loro si sia sgonfiata non vuol dire che basterà il tempo a cancellare delle vicende che – ancorché dovessero trovare un riscontro penale – sono emblematiche di un modo di concepire la cosa pubblica e la pubblica amministrazione, diffusamente accettato, sul quale oggi siamo inevitabilmente chiamati ad interrogarci. Ne va delle nostre prospettive di futuro e, soprattutto, di quelle delle generazioni che verranno.

La Prima Repubblica è finita da tempo ma non i metodi che l’hanno innervata e ne hanno fondato il sistema di gestione del potere, anzi: per certi versi, il vertiginoso tracollo culturale delle classi dirigenti locali e nazionali, ha prodotto uno spaventoso deterioramento di quel modus operandi. Il vero problema è che, per quanto il malessere sociale e l’insofferenza aumentino a vista d’occhio, all’orizzonte non pare far capolino che riesca ad arginare il declino. L’esperienza pentastellata avellinese ne è una prova plastica che, però, non deve e non può giustificare passi indietro.

Non possono essere i Cinque Stelle che si alleano con Iacovacci l’unica alternativa possibile né il loro fallimento deve indurre a pensare che non ci siano altre speranze, che non siamo capaci di liberarci e che non valga la pena continuare a resistere per liberarsi da questa Prima Repubblica imputridita dalla quale continuiamo ad essere assediati.

Qualsiasi guerra di liberazione è un processo lungo e doloroso: solo i più tenaci arrivano fino in fondo. Molto contano le motivazioni ideali che spingono a ritirarsi in montagna per resistere. Se noi, invece, dovessimo tornare indietro, risucchiati nell’oblio della nostra pigra inerzia, dimenticando gli scandali e le ingiustizie di decenni, guardando ai fallimenti di oggi, pensando di essere spacciati e senza speranza, in quel caso un ritorno al potere dei predatori che ci hanno messi in ginocchio sarebbe solo ed esclusivamente una nostra, personale e collettiva, responsabilità.

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