Il compagno Bordin

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Per quelli della mia generazione, nati tra la metà degli anni ’70 e il 1980, cresciuti senza “padri” politici, senza (quasi) sezioni, con parole d’ordine confuse, spesso annacquate, non di rado contraddittorie, non restava che ascoltare le singole persone. Poche, ovviamente, perchè con l’aumento della densità narcisistica dovuta alla rete, risultava difficile capire se il cervello avesse perso la sua funzione, per dedicarsi a quella più semplice e deresponsabilizzante di “spartire le orecchie”.

I libertari come Bordin, invece, sono ossi duri, soprattutto perché studiano. Se pur non ne condividi sempre le idee, rimane l’insegnamento di metodo. Ed il garantismo, tratto fondamentale del direttore, era metodo e merito alla stessa maniera.
Ero adolescente quando ci fu Tangentopoli. Invece di strutturarmi nel mio “essere politico”, trovavo intorno a me tutto che crollava. I santoni erano tutti in toga, e nessuno osava più di tanto contraddirli. Se succedeva, andavano in televisione, facevano la faccia truce, e tutto si appianava, anche con le carezze del Colle. Il massimo dell’orizzonte politico aveva, a sinistra, le sembianze indefinite di una gioiosa macchia da guerra. Ricordate dove stavano in quel periodo tanti dei pontificatori di oggi? Io si, e non è che erano proprio dei “bravi maestri”. Erano i tempi fulgidi del populismo penale, della moralità tanto al chilo. Ma le facce più truci erano quelle delle persone, che sembravano in battuta di caccia perenne. Essere garantista era un problema. Perchè pare che lo sia anche rimanere umani, come i migranti ci ricordano.

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Ho tenuto botta. Poi, ho conosciuto Massimo Bordin. Mi sono divertito ed anche rinfrancato, divenendo più “semplice” sopportare il continuo perseguimento di finalità di consenso “mettendo bava alla bocca” al diritto penale, calpestando i diritti dei singoli, “inseguendo verità fittizie”.
Ricordo un suo intervento ad una Assemblea dei Mille di Chianciano. Forse era il 2008. Una di quelle adunate pannelliane, pur interessanti, ma sempre con qualche pizzico di autocelebrazione. Bordin non le mandò a dire. Celebrare tutto della storia radicale è un errore, disse. Perché errori ci sono stati, come il voler abolire con referendum il Servizio Sanitario Nazionale. E ricordò a tutti che dietro ogni formula politica o economica deve esserci un fattore imprescindibile: quello umano. Che quel giorno, sottolineò, era incarnato da una signora precaria prima, e disoccupata poi, che era intervenuta prima di lui. Discordo bellissimo.

Siamo in tempi di benaltrismo e pressapochismo, dove professori/giornalisti giocano agli stregoni davanti al rogo di una cattedrale, ministri ai pistoleri mentre mangiano panini. Altri, invece, giocano proprio a fare i ministri. Tempi cupi, in cui una voce roca da una radio in pericolo di chiusura, faceva informazione, istruzione ed anche compagnia.
Sono davvero contento di aver avuto in Bordin un esempio, tra l’altro anche di stile. Mi vengono i brividi solo a pensare, che in quei turbolenti anni ’90, avrei potuto dire lo stesso di Davigo. Che la terra ti sia lieve, Direttore. E grazie.

Raffaele Tedesco

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