Cosa sappiamo degli attentati in Sri Lanka

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I morti nelle esplosioni che ieri hanno colpito diverse chiese e alberghi sono almeno 290, e il governo ha accusato un gruppo terrorista islamista locale

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Il numero dei morti negli attentati compiuti domenica, nella giornata di Pasqua, nelle chiese cattoliche e negli alberghi in Sri Lanka è salito ad almeno 290, mentre i feriti sono più di 500. Lunedì il governo ha attribuito le responsabilità degli attacchi al National Thowheeth Jama’ath, un semisconosciuto e recente gruppo terroristico islamista locale. Un portavoce del governo ha però aggiunto che si sospetta che il gruppo abbia ricevuto aiuti da organizzazioni internazionali. 24 persone sono state arrestate: la polizia ha detto che sono estremisti religiosi.

La polizia ha detto che è stata aperta un’indagine per verificare le responsabilità dell’intelligence srilankese, che potrebbe non aver preso sufficienti precauzioni dopo alcune allerte riguardo a possibili attentati nelle chiese cattoliche del paese arrivate nei giorni scorsi. Lo stesso governo ha già ammesso che si è trattato di un grande fallimento dell’intelligence, che sembra fosse stata avvertita fin dallo scorso 4 aprile.

Una mappa degli attentati di domenica a Colombo, Negombo e Batticaloa, in Sri Lanka.

Le esplosioni sono state otto: sei a Colombo, la capitale dello Sri Lanka, sulla costa occidentale dell’isola, una a Negombo, una città poco più a nord, e una a Batticaloa, sulla costa orientale. Sono cominciate a partire dalle 8.45 ora locale al santuario di Sant’Antonio a Colombo, per proseguire nelle ore successive: complessivamente sono state colpite tre chiese cattoliche, quattro alberghi e un complesso residenziale. Associated Press, citando sue fonti tra i medici legali che stanno indagando per conto del governo, ha scritto che i sei attentati principali sono stati causati da sette attentatori suicidi. Il ministro delle Finanze dello Sri Lanka, Mangala Samaraweera, ha descritto gli attacchi come «un tentativo ben coordinato di creare morte, caos e anarchia».

Le informazioni sulla dinamica dei singoli attentati sono ancora disordinate: sembra che il più grave sia stato quello alla chiesa di San Sebastiano di Negombo, dove ci sono stati almeno 104 morti, secondo il bilancio più recente fornito dal portavoce della polizia, Ruwan Gunasekara. La maggior parte dei morti negli attentati era dello Sri Lanka, ma almeno 30 persone erano straniere, tra cui otto britannici e tre indiani. Tra i morti ci sono anche tre dei quattro figli del miliardario danese Anders Holch Povlsen, proprietario della società rivenditrice di prodotti di abbigliamento Bestseller, che controlla tra gli altri Asos.

La chiesa di San Sebastiano a Negombo, Sri Lanka. (AP Photo/Chamila Karunarathne)

Sempre domenica mattina ci sono state le altre esplosioni più grandi. Una è avvenuta al santuario di Sant’Antonio, una delle chiese cattoliche più importanti del paese, visitata da pellegrini di diverse fedi religiose per via della credenza che abbia poteri miracolosi. Le altre hanno colpito la chiesa di Batticaloa e i tre alberghi di Colombo: lo Shangri-La, il Cinnamon Grand e il Kingsbury.

Nel pomeriggio ci sono state le ultime due esplosioni, entrambe a Colombo: all’albergo Tropical Inn, nella periferia sud, e in un complesso residenziale alla periferia est. Quest’ultima si è verificata durante un’operazione di polizia: secondo il New York Times, un sospettato si è fatto esplodere mentre veniva interrogato dalla polizia, uccidendo tre agenti. Tre altri sospettati sono stati arrestati.

Il santuario di Sant’Antonio a Colombo. (AP Photo/Eranga Jayawardena)

Il primo ministro dello Sri Lanka, Ranil Wickremesinghe, ha detto che i servizi segreti srilankesi erano «a conoscenza di informazioni» riguardo a un possibile attacco alle chiese cattoliche del paese: un’indagine sta verificando se sia stato seguito il protocollo previsto. Il New York Times ha pubblicato la lettera inviata lo scorso 11 aprile da un funzionario di polizia ai servizi di sicurezza per avvertire della possibilità di un attacco del gruppo National Thowheeth Jama’ath, ma sembra che una prima allerta fosse arrivata dai servizi segreti di un altro paese una settimana prima.

Domenica il governo dello Sri Lanka ha deciso di chiudere i social network e i servizi di messaggistica, compresi Facebook, Instagram e WhatsApp, per evitare il diffondersi di notizie false. È stato anche imposto un coprifuoco nazionale tra le diciotto di domenica sera e le sei di lunedì mattina, e un altro tra le 20 di lunedì sera e le 4 di martedì mattina, e il presidente Maithripala Sirisena dichiarerà uno stato di emergenza nazionale.

Il Kingsbury hotel di Colombo dopo l’esplosione. (Kyodo via AP Images)

Quello di domenica è uno dei più gravi attentati contro la comunità cristiana nel Sud Est asiatico nella storia recente, e si è verificato in un paese che fino al 2009 ospitò una lunga e sanguinosa guerra civile tra il governo regolare e i ribelli separatisti noti come Tigri Tamil, che rivendicavano la creazione di uno stato indipendente nel nord e nell’est del paese. Lo Sri Lanka, che ha 21 milioni di persone, è per il 70 per cento buddista, per il 12 per cento induista, per il 10 per cento musulmano e per il 6 per cento cattolico. La fine della guerra civile non mise fine alle gravi tensioni etniche e settarie esistenti nel paese, alimentate dalla crescita del nazionalismo cingalese buddista che negli ultimi anni ha provocato un’ulteriore emarginazione delle minoranze e diversi episodi di violenza ai danni di quella musulmana.

Gli attentati esplosivi erano molto frequenti ai tempi della guerra civile, andata avanti dal 1983 al 2009, e le Tigri Tamil, a maggioranza induista, diventarono famose per l’importanza strategica che attribuirono a questo tipo di azioni. Il Cinnamon Grand, uno degli alberghi colpiti negli attentati di domenica, era già esploso nel 1984.

[ Fonte articolo: ilpost ]

L’articolo Cosa sappiamo degli attentati in Sri Lanka proviene da Notizie Oggi.

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