Vibo, inchiesta sul cantiere dell’ospedale: otto indagati, c’è anche Pallaria

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di Alessia Truzzolillo
VIBO VALENTIA Oltre 500 tonnellate di ferro e detriti su un’area sottoposta a vincolo archeologico nella quale, tra le altre cose, erano state ritrovate monete bronzee appartenenti all’epoca greca. Secondo la Procura di Vibo Valentia l’area è irrimediabilmente deturpata. All’origine di tutto, secondo i magistrati, vi è l’illecita gestione dei lavori per la realizzazione delle opere complementari del nuovo ospedale di Vibo Valentia, ossia la strada d’accesso al nosocomio e la sistemazione idrogeologica del “Fosso Calzone”. Una vicenda che vede indagate otto persone, a vario titolo accusate di abuso d’ufficio, invasione di terreni, danneggiamento al patrimonio archeologico nazionale.
Venerdì il gip del Tribunale di Vibo Valentia ha convalidato il sequestro preventivo del cantiere per la realizzazione delle opere complementari dell’ospedale, effettuato lo scorso 10 maggio dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia. In particolare, i militari avevano accertato la presenza di numerosi materiali di risulta, abbandonati su una vasta area. Al termine del controllo, le fiamme gialle avrebbero, inoltre, constatato che l’area risultava ricompresa in una zona sottoposta a protezione archeologica in relazione alla quale la Regione Calabria e la Soprintendenza Archeologica non sono state in grado di esibire le autorizzazioni per l’effettuazione di lavori.

NESSUNA AUTORIZZAZIONE DELLA SOPRINTENDENZA Tra gli indagati vi è anche Domenico Pallaria, direttore generale della Presidenza della Regione Calabria che è accusato in concorso con Giuseppe Profiti e Alessandro Andreacchi di abuso d’ufficio, invasione di terreni, danneggiamento al patrimonio archeologico e violazione degli articoli 169 (opere illecite), 170 (uso illecito) e 181 (opere eseguite in assenza di autorizzazione o in difformità da essa) del codice dei beni culturali e del paesaggio perché “nella loro qualità di pubblici ufficiali e dipendente dell’ufficio Rup Regione Calabria e della Direzione dei lavori per i lavori complementari della viabilità di accesso al realizzando nuovo ospedale di Vibo Valentia e di sistemazione idrogeologica del “Fosso Calzone”, avrebbero omesso di munirsi dell’autorizzazione da parte della Soprintendenza archeologica Belle Arti e Paesaggio e per la provincia di Vibo Valentia, come previsto dal codice dei Beni culturali, per poter realizzare i lavori in un’area appartenente al demanio dello Stato e soggetta a vincoli.
Indagati per abuso d’ufficio, invasione di terreni, danneggiamento al patrimonio archeologico anche Anna Maria Guiducci e Fabrizio Sudano, rispettivamente Soprintendente protempore e responsabile del procedimento della Soprintendenza archeologica, Belle arti e Paesaggio della città di Reggio Calabria. Secondo l’accusa formulata dalla Procura di Vibo, i due avrebbero appreso, in sede di conferenza dei servizi, di un progetto da parte della Regione Calabria teso alla modifica di un bene culturale e non avrebbero trasmesso tale progetto alla Commissione regionale per il patrimonio culturale per la necessaria autorizzazione. I due indagati avrebbero espresso a tal proposito «un illecito parere nella conferenza dei servizi che permetteva di effettuare i lavori» per l’accesso all’ospedale e per la sistemazione idrogeologica che «hanno irrimediabilmente deturpato le aree sottoposte a vincolo, affidando altresì illecitamente una porzione del terreno sottoposto a vincolo alla Regione Calabria».

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IL RITROVAMENTO DELLE MONETE Sudano, inoltre, è accusato di abuso d’ufficio poiché nell’area interessata agli scavi, e sottoposta a vincolo, erano state rinvenute 8 monete bronzee appartenenti all’era greca e, secondo la ricostruzione delle fiamme gialle, il delegato facente funzioni di Soprintendente avrebbe omesso di sospendere il lavori e sarebbe intervenuto dopo 17 giorni con indagini archeologiche su un’area di 5 metri per 5, dove erano state rinvenute le monete.

FERRO E DETRITI SUGLI SCAVI Inoltre sono indagati per invasione di terreni, danneggiamento al patrimonio archeologico e attività di gestione di rifiuti non autorizzata (secondo quanto previsto dalle norme in materia ambientale) Giacomo Procopio, legale rappresentante della Costruzioni Procopio srl, Alessandro Frijo, direttore tecnico di cantiere della ditta, e Vitaliano Procopio, capo cantiere della ditta. Secondo l’accusa, nel corso dei lavori, avrebbero abbandonato «in modo incontrollato» nelle aree sottoposte a vincolo archeologico «una quantità superiore alle 500 tonnellate di ferro arrugginito e detriti costituito dalla frammentazione di un muro in cemento armato che delimitava le aree sottoposte a vincolo e la via Giustino Fortunato, già Ss 606 del Comune di Vibo Valentia». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

L’articolo Vibo, inchiesta sul cantiere dell’ospedale: otto indagati, c’è anche Pallaria proviene da Corriere della Calabria.

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